| Pubblicato su: | Leonardo, anno V, fasc. 23, pp. 26-37 | ||
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| Data: | febbraio 1907 |

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Chi desse in poche parole una definizione del Pragmatismo farebbe la cosa più antipragmatista che si possa immaginare. Chi tentasse, infatti, di accerchiare in una sola breve frase tutte le tendenze e le teorie che lo formano farebbe per forza qualcosa di generico e d'incompleto e non c'è niente che i Pragmatisti disprezzino tanto come l'indeterminato e il vago.
D'altra parte vorrei che voialtri lettori v'interessaste subito all'argomento e l'amore, dice Leonardo, nasce e s'accresce colla conoscenza. Ma come si fa? Io avrei qui pronte due o tre definizioni del Pragmatismo che riducono tutti i suoi caratteri e i suoi elementi a uno solo ma non mi sento di venderle come buone.
Vi potrei dire, per esempio, che il Pragmatismo non è che «una collezione di metodi per aumentare la potenza dell'uomo» ma potreste rispondermi che allora anche un manuale per fabbricare le perforatrici fa parte del Pragmatismo. Un altro pragmatista potrebbe invece assicurarvi che la sua dottrina ha per fondamento la preoccupazione del futuro (conseguenze, previsioni) e che perciò si potrebbe chiamare anche Prometeismo e voi gli domandereste subito se i libri di meteorologia o i manuali di oniromanzia o le utopie dei riformatori fanno parte del Pragmatismo.
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Peggio ancora se qualcuno venisse a dire che il Pragmatismo è la teoria che dà importanza alla pratica e che sostituisce al criterio di verità quello di utilità per la scelta delle dottrine. In questa definizione c'è del vero ma bisogna vedere da vicino cosa s'intende per pratica e per utilità perchè essa acquisti un senso inattaccabile. Infatti qual'è la teoria che non possa avere, secondo il suo creatore, delle conseguenze pratiche e che sia completamente inutile? Vi è una certa specie di utilità delle teorie che coincide con la loro verità (cosi, per esempio, nella maggior parte dei casi è utile avere opinioni che diano luogo a previsioni vere) e ce n'è un'altra che può essere in contrasto con essa, come ad esempio l'eccitamento morale che può dare una certa ipotesi anche nel caso che questa sia del tutto assurda.
Le definizioni potrebbero continuare ma voi arrivereste probabilmente alla conclusione che il Pragmatismo, invece di essere qualcosa di nuovo, abbraccia un'infinità di cose già esistenti e che è già accettato e praticato, coscientemente o no, da tutti gli uomini che pensano.
In questo, però, avreste torto perchè il Pragmatismo contiene sul serio delle cose nuove e s'è praticato da molti non è riconosciuto o accettato da tutti. La colpa è delle definizioni, cioè delle definizioni che non si vogliono o non si posson far lunghe come libri, e che, ridotte a una sola frase pretende di riassumer tutto e spiegar tutto, finiscono, nella miglior ipotesi, col non far capire bene di che si tratta o fanno nascere, il più delle volte, equivoci imbarazzanti e false rappresentazioni. Per mostrare la novità e «specificità» di una dottrina qualunque bisogna decidersi a scendere dall'universale al particolare e a riempire le grandi parole astratte (potenza, azione, futuro ecc.) con la ricchezza delle teorie speciali e dei fatti concreti. Senza accorgermene vi ho già data una prima ed elementare lezione di Pragmatismo.
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Giacché abbiamo cominciato diamone subito un'altra. Una delle massime più care ai pragmatisti è questa: che il senso delle teorie consiste unicamente nelle conseguenze che ne aspettano quelli che le credono vere. L'affermare qualunque cosa significa in fondo questo: io prevedo che succederanno le tali cose o che farò le tali cose.
Applicate questa massima alla definizione del Pragmatismo stesso e chiedetemi: Quali azioni o credenze dobbiamo aspettarci da un pensatore che si confessi Pragmatista?
È presto detto: queste aspettative si riferiranno quasi esclusivamente alle sue scelte nel mondo del pensiero. Potremo prevedere, cioè, quali cose amerà e quali cose odierà, quali problemi crederà importanti e quali rigetterà come inutili; quali saranno le sue simpatie e le sue antipatie fra le idee e gli uomini.
Egli cercherà in ogni modo di non occuparsi di una gran parte dei problemi classici della metafisica (in particolare della spiegazione universale e razionale del tutto) che sono, per lui dei problemi inesistenti e privi di senso — e invece si occuperà moltissimo dei metodi, degli strumenti della conoscenza e dell'azione, perchè sarà persuaso che è molto più importante migliorare o creare dei metodi per ottenere delle previsioni esatte o per cambiare noi stessi o gli altri che giocherellare con delle parole vuote intorno a dei problemi incomprensibili.
Le sue simpatie saranno per la ricerca del particolare; per lo sviluppo della previsione; per le teorie precise e ben determinate; per quelle che servono quali migliori strumenti per i fini più importanti della vita; per la concisione, per l'economia del pensiero ecc.
Le sue antipatie, naturalmente, andranno a tutte le
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forme di monismo; a tutte le frasi universali senza significato o con troppi significati; alle chiacchiere oscure su questioni assurde e inconcepibili; alla pretesa evidenza e intuitività dei principi; alla fede nella verità unica e immutabile; a ogni teoria agnostica che scambia il non senso per inconoscibile; a tutto ciò che non cambia, che non si adatta, che vuol regnare in nome del diritto divino dell'Assoluto; al rispetto e all'obbedienza dinanzi alla famosa «realtà» dell'uomo comune e dell'empirista terre a terre.
Il Pragmatista, cioè, ha un eguale disprezzo per quelle dottrine che pretendono spiegare tutto il mondo con tre o quattro frasi misteriose in nome di qualche principio unico, e per quelle che si attaccano umilmente ai fatti bruti come ce li dà l'esperienza senza cercare di cambiarli nè in teoria (empirismo e utilitarismo ristretto del buon senso) nè in pratica (morale evuluzionista della rassegnazione alle leggi della natura). Invece lo vedremo animato da un certo spirito entusiasta per tutto quello che dimostra la complessità e molteplicità delle cose; per quello che accresce il nostro potere di modificare jl mondo; per tutto ciò ch'è unito più strettamente colla pratica, l'azione, la vita.
Tutti questi caratteri se non definiscono abbastanza compiutamente ed esattamente cos'è il Pragmatismo posson dare però un'idea delle direzioni della dottrina.
Ma posso fare anche qualcosa di più per precisare le idee: dire, cioè, in che cosa il Pragmatismo non somiglia alle filosofie che lo hanno preceduto
Il Pragmatismo differisce soprattutto dalle altre filosofie per il semplice fatto che non è.... una filosofia, se Per filosofia s'intende una metafisica, un sistema del mondo, una Weltanschauung e simili robe. Il Pragmatista — in quanto è pragmatista — non si professa idealista piuttosto che materialista, non crede alla dottrina
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della creazione piuttosto che a quella dell'emanazione. Per esso le teorie metafisiche comprensibili (e non son molte) non possono dar luogo che a diverse conseguenze morali perchè le aspettative pratiche esperimentali sono identiche per tutte. Il che significa che tanto un solipsista arrabbiato quanto un timido materialista scanseranno allo stesso modo un'automobile che stia per gettarli in terra mentre la credenza del primo sarà più adatta a favorire certi ideali morali (orgoglio, nobiltà, sogni demiurgici ecc.) che non quella dell'altro.
Per il Pragmatista, dunque, non c'è un'ipotesi metafisica che sia più vera di un'altra. Chi ha bisogno di averne una può sceglierla a seconda dei suoi fini e dei suoi gusti ideali ma non deve troppo illudersi che la sua possa esser riconosciuta la più solida, la più sicura, la più provata e dimostrabile.
Il Pragmatismo non contiene, perciò, nessuna metafisica nè palese nè implicita. Per esso le varie concezioni del mondo, quando si cerca di capirle, non sono che modi diversi per affermare le medesime banalità molto semplici e hanno valore soltanto per la forma più o meno suggestiva, più o meno favorevole a certi scopi e a certe preferenze della nostra anima. Per il Pragmatista le teorie metafisiche sono dei fatti in mezzo ad altri fatti e per lui ciò che importa è il poter prevedere la rispettiva diversità di condotta di quelli uomini che vi credono.
Da quello che ho detto apparirà forse chiaro che il Pragmatismo, piuttosto che una filosofia, è un metodo per fare a meno della filosofia. Da una parte colla lotta contro i problemi privi di senso, la metafisica, il monismo ecc. diminuisce il campo d'azione di ciò che si chiama, storicamente parlando, filosofia e dall'altra parte, coll'eccitare gli uomini a fare più che a dire, a trasformare più che a contemplare, a forzare le cose ad essere davvero in un certo modo invece di affermare che sono di già in quel modo, allarga il campo dell'azione a scapito della speculazione pura. Il Pragmatismo appare dunque
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non solo come qualcosa di diverso dalla filosofia, ma anche nemico della metafisica intesa nel tradizionale senso cosmologico.
E le differenze non finiscon qui. Un'altra, e parecchio importante, è il carattere pluralistico delle teorie pragmatiste rispetto all'unità ed organicità dei sistemi creati o elaborati da una sola mente. Moltissimi non si sono ancora accorti che non esiste il Pragmatismo ma che ci sono soltanto delle teorie pragmatiste e dei pensatori più o meno pragmatisti. Si capisce che fra le teorie di questi pensatori ci sono delle affinità di tendenze e dei punti di contatto — altrimenti non si giustificherebbe il comune aggettivo — ma ciò non toglie che il Pragmatismo sia una coalizione di teorie di varia provenienza e di varia indole piuttosto che un bel sistema uscito dal cervello di un solo filosofo o da una scuola omogenea e bene organizzata. Quando si paragona la sua formazione avvenuta un po' all'avventura e per opera di tanta gente di tanti paesi diversi agli edifici razionali ben costrutti, quali il determinismo nei libri di Spinosa, l'idealismo assoluto in quelli di Hegel, l'evoluzionismo in quelli di Spencer la diversità appare evidentissima.
Quest'ordine sparso delle idee che vengono raggruppate sotto il nome di Pragmatismo fa si che non è possibile trovare un pensatore che sia pragmatista da capo ai piedi. Alcuni sono, anche senza saperlo, pragmatisti su certi punti o da certi lati e non pragmatisti e perfino antipragmatisti da certi altri. Quello spirito di libertà e di non rigidità che i pragmatisti hanno scoperto nelle scienze è anche nella loro dottrina.
Facendo questa rapida rassegna delle differenze fra il Pragmatismo e le filosofie ho lasciato apposta da parte il Positivismo perchè la questione dei loro rapporti è assai più complicata.
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Infatti ci sono certuni che sostengono — o per timidezza, o per ignoranza — che il Pragmatismo non è che una forma o una leggera ritoccatura del Positivismo. Naturalmente c'è chi dice che si tratta di un perfezionamento e chi di un peggioramento. Mario Calderoni, per quanto affermi che il nome di Pragmatismo esprime «realmente un progresso compiuto sulla concezione del positivismo» pure afferma « l'identità fondamentale » delle due dottrine e non vede nella lotta del Peirce contro le questioni prive di senso che una semplice continuazione della lotta dei positivisti contro la metafisica 1. Su questo punto io non penso come il Calderoni e mi stupisco che un amante appassionato delle distinzioni come lui non veda quali differenze ci siano tra le due dottrine.
I punti nei quali sembrano accordarsi son due: l'importanza della previsione e il rigetto delle questioni futili e assurde. Ma proprio anche su questi due punti — senza contare gli altri che vedremo poi — esistono le differenze.
Infatti il Pragmatismo non considera la previsione soltanto come possibilità di applicazioni pratiche o come aiuto per la verifica delle teorie ma anche come mezzo di definizione e d'interpretazione delle teorie medesime. In questo caso, perciò, essa rappresenta un'aggiunta del tutto nuova al metodo positivista.
Il Pragmatismo, come il Positivismo, condanna e scarta le questioni assurde e vuote che compongono in gran parte le metafisiche ma non le scarta col pretesto della loro insolubilità. I positivisti, cioè, sono quasi tutti agnostici e dicono che la mente umana non può arrivare a risolverli — i Pragmatisti, invece, sono tutti antiagnostici e sostengono che non è vero che quei problemi sono troppo alti per la nostra intelligenza ma troppo vuoti di senso o stupidi e che il non volersene occupare non è prova d'impotenza ma di potenza della
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nostra mente. I positivisti respingevano la metafisica ma siccome non spiegavano abbastanza perche bisognava respingerla lasciavano aperte le vie del ritorno ai problemi esiliati. E accadde anche qualcosa di più grave, cioè che la mancanza, nelle loro teorie, di un'analisi abbastanza profonda dei metodi della scienza e della filosofia fece sì che in loro stessi, nel loro stesso pensiero, potesse di nuovo tessere le sue tele il ragno metafisico. Si videro così i maggiori rappresentanti del metodo positivo i quali vociferavano ad ogni occasione contro la vana e vuota metafisica e poi non si accorgevano delle cattive e puerili metafisiche ch'erano nei loro libri e nei loro discorsi. L'agnosticismo, il monismo, il materialismo, l'evoluzionismo, che quasi sempre sono associati o mescolati nelle menti dei positivisti, sono delle dottrine metafisiche che suppongono a loro volta delle tacite premesse metafisiche. L'agnosticismo implica la credenza a un mondo più reale del nostro mondo — il monismo fa appello ai concetti universali impensabili — l'evoluzionismo suppone una specie di piano, provvidenziale dell'universo e così di seguito. Il Positivismo è dunque solo verbalmente antimetafisico mentre il Pragmatismo è antimetafisico sostanzialmente.
E le differenze non finiscon qui. Ci sono nel Pragmatismo almeno tre tendenze che nel Positivismo non esistono affatto o solo allo stato germinale.
Prima di tutto il principio dell'economia del pensiero di cui si trova traccia piuttosto in Occam e in Leibniz che nei positivisti — in secondo luogo il rovesciamento dell'assioma baconiano (sapere è potere) cioè la dimostrazione dell'influenza del potere e della possibilità di potere sulle credenze e sulle teorie — e finalmente l'emancipazione del pensiero dai fatti immediati e dalla razionalità pura, che si manifesta nel Pragmatismo colle teorie sopra la «creazione dei fatti» e delle ipotesi da parte dello scienziato e con quelle sopra l'indipendenza della deduzione dalla ragionevolezza dei presupposti, cioè sulla facoltà di partire da ipotesi assurde o fantastiche
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per costruire nuove ipotesi c nuove scienze. Mi pare dunque che ce ne sia abbastanza per giustificare la separazione e il nome diverso, tanto più che si potrebbe dimostrare storicamente, come le differenze tra il Positivismo e il Pragmatismo sono ben maggiori di quelle che c' erano fra il Positivismo e la cosiddetta «filosofia inglese» antecedente. Il Pragmatismo può continuare, su certi punti, l'opera di alcuni fra i migliori positivisti ma si può quasi dire ch'esso è costituito, a guardar bene, dalle sue differenze dal Positivismo. Sarebbe difficile esser più diversi di così!
Dopo questi discorsi voialtri lettori cominciate probabilmente a intravedere cosa significa esser pragmatista, ma non mi stupirei che qualcuno mi dicesse: giacché, a quanto pare, i pragmatisti hanno delle preferenze per le teorie che servono a qualche cosa, diteci a cosa serve esser pragmatisti.
La risposta, dopo quello che ho detto, non è difficile. I guadagni spirituali di chi è o diventa pragmatista non son da sdegnare. Il primo è un guadagno di tempo, perchè il pragmatista mette definitivamente a riposo le cosiddette «questioni insolubili», i pretesi «enigmi dell'universo» che non sono altro che problemi inesistenti oppure problemi mal posti che diventano solubili quando sono enunciati in modo pragmatistico. Il tempo che si risparmia a questo modo può essere usato o nello studio di altri problemi o nell'applicazione pratica di teorie già verificate dall'esperienza.
Il secondo guadagno consiste nell'eccitamento mentale che dà la coscienza della nostra padronanza sopra i concetti scientifici e sopra la nostra mente e il sentire la plasticità della conoscenza e l'aprirsi di sfere sempre più larghe di possibilità offerte dalla immaginazione deduttiva e dal potere dell'anima dell'uomo sopra l'universo.
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Questa economia di tempi e di sforzi e questo aumento di soddisfazione e di entusiasmo basteranno, suppongo, a contentare coloro che hanno qualche intenzione di farsi pragmatisti. Se non bastano accennerò ad altri vantaggi: il suo carattere di cosa non finita e non definitivamente elaborata, non fissata e cristallizzata e che può offrire, perciò, a quelli che vi si rivolgono la possibilità di poterla sviluppare e trasformare, di essere cioè non solo dei seguaci ma nello stesso tempo dei creatori — la comodità che il pragmatismo offre di non essere di per sè una metafisica ma di permettere il godimento estetico o morale delle metafisiche esistenti o possibili.
C'è un'ultima domanda che possiamo fare: quali saranno gli uomini che più facilmente diventeranno pragmatisti? Possiamo prevedere quali classi di spiriti saranno più disposti a ricevere gli insegnamenti del Pragmatismo?
Per rispondere sarebbe forse necessario costruire la psicologia del pragmatista tipo, perchè le teorie, anche più astratte e pure, hanno in fondo le loro ragioni e le loro fonti in bisogni biologici e nei sentimenti più profondi della specie umana in generale o di certi individui eccezionali in particolare.
Questa concezione nietzschiana — che il Pragmatismo ha ripresa e svolta — dei fondamenti vitali e morali del cosiddetto «pensiero puro», quando sia applicata al Pragmatismo medesimo, ci fa scoprire i tre gruppi di sentimenti che si trovano, implicati e nascosti, nell'anima dei pragmatisti. Il primo gruppo è quello dei sentimenti vitali, vale a dire il desiderio istintivo di una vita più larga e più ricca, di una potenza più estesa e l'amore del concreto, delle cose reali e particolari, dei sogni che divengono realtà contrapposto all'odio delle parole inutili e dei sogni che si sovrappongono
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alla realtà e ci tolgono di possederla senza però riuscire a cambiarla.
Il secondo gruppo si può chiamare dei sentimenti pessimisti; i quali si rivelano colla tendenza a voler cambiare e mutare ciò che esiste, fatti e teorie, e con una certa diffidenza verso tutto ciò che ci vien dato già fatto e che noi dobbiamo accettare quasi per forza, si tratti d'ipotesi scientifiche o di leggi della natura.
Il terzo gruppo ha invece un carattere ottimista ed è quello dei sentimenti orgogliosi i quali si manifestano con la repugnanza dignitosa ad accettare delle cose già fatte invece di farle da sè; a ricevere delle eredità intellettuali senza benefizio d'inventario con il dispetto di dover subire ciò che gli uomini chiamano l'inevitabile, l'immutabile, l'eterno e con la superba speranza di poter cambiare con le sole forze spirituali ciò ch'esiste.
Scendendo da questa psicologia ipotetica a delle previsioni precise, credo che per il Pragmatismo potranno aver simpatia, in generale, tutti quelli che pensano per agire, cioè che preferiscono delle verità provvisorie ma operanti, all'ebbrezza delle parole iperastratte.
Sono esclusi perciò, a priori, tutti i pedanti, affezionati alle formule fisse, i sistematici che considerano il mondo come l'autocrazia di un simbolo; gli amanti delle verità immobili, delle ragioni pure, dei concetti trascendentali, vale a dire tutti i conservatori di tinta razionalista. Ma ci sono specialmente due classi di menti che, per quanto diverse, mi sembrano destinate a formare il grosso dell'armata pragmatista. Sono gli uomini pratici e gli utopisti. I primi perchè trovano nel Pragmatismo la teoria dei loro disprezzi per le questioni prive di senso e di portata pratica e delle loro simpatie per tutto ciò che è chiaro, efficace, svelto. I secondi perchè trovano nel Pragmatismo delle vedute suggestive che incoraggiano a immaginare e a sperare cose straordinarie. Le idee pragmatiste sulle ipotesi assurde, sulle
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scienze immaginarie, sull'influenza della volontà sulla credenza e della credenza sulla realtà paion fatte apposta per eccitare i poeti e i revêurs del pensiero. Così il Pragmatismo, simile soltanto in questo alla dialettica hegeliana, riesce perfino a conciliare gli opposti.
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